Il Patrimonio architettonico

Il nome Cocconato, centro in alta collina (491 metri s.l.m.) in provincia di Asti, a 20 km dal capoluogo e non distante da Torino, deriva dal nome latino “cum conatu”, a testimonianza dello sforzo che occorreva per arrivarci, in un tempo senza automobili, risalendo lentamente a cavallo le tortuose strade collinari. Conosciuto come la “riviera del Monferrato”, grazie al particolare microclima in tutte le stagioni, Cocconato si erge in una posizione appartata, quasi aristocratica, emergendo come un’isola felice dai freddi e dalle nebbie delle zone sottostanti, mentre l’estate è fresca e piacevolmente areata. Il clima alquanto temperato conferisce caratteristiche ottimali per molte colture di pregio: interessanti sono la crescita e la riproduzione di essenze arboree quali la palma, l’ulivo e la mimosa. Diffusa è la pratica della raccolta dei pregiati tartufi bianchi.

Il Palazzo Comunale

Il Palazzo Comunale, costruito nel XV secolo probabilmente come propaggine meridionale del castello dei conti Radicati, rappresenta uno dei rari esempi in Piemonte di edifici civili in stile gotico e risente dell’influenza dei broletti lombardi.


L’edificio ha forma irregolare, è basato su portici ad arco a sesto acuto che seguono l’andamento della via sottostante e sotto i quali si trovano piccole botteghe artigianali e l’ingresso del grande salone comunale, costruito nel 1884.

La facciata d’ingresso presenta finestroni quattrocenteschi ad arco con formelle in cotto decorato in stile gotico flamboyant. Il palazzo è composto da tre piani ed un cortile detto del Collegio, così chiamato per via dell’antica sede della scuola per l’insegnamento della grammatica, della retorica e dell’umanità, fondata nel 1754.


Al fondo del cortile sono ubicate le antiche carceri mandamentali, significativo esempio di edificio di servizio ottocentesco. All’interno del cortile si trova l’ingresso del Municipio, attorniato dalle lapidi commemorative dei caduti cocconatesi nelle guerre d’indipendenza italiane del XIX secolo.

La Torre

Parzialmente nascosta dagli alberi, la Torre di Cocconato è uno degli elementi caratterizzanti il paesaggio del comune monferrino.


Eretta all’inizio del X secolo, quando i Conti Radicati, Signori di Cocconato, costruirono alla sommità della collina il loro castello, al quale si accedeva attraverso due porte. Parzialmente distrutti nel XIV e XV secolo, a seguito delle guerre tra Guelfi e Ghibellini e fra il Marchese di Monferrato e i Visconti di Milano, gli edifici fortificati vennero ricostruiti alla fine del Quattrocento.


Nel 1556 il castello, disputato tra tedeschi e francesi, venne da questi ultimi definitivamente distrutto per ordine del maresciallo de Brissac e rimase pressoché intatta solamente la torre.


Il terreno sul quale sorgeva venne venduto, intorno al 1800 dai Conti Radicati a Pietro Sarboraria. In quegli anni nella costruzione fu installata una stazione per il telegrafo ottico Chappe, voluto da Napoleone per collegare Parigi con Milano e Venezia. Il telegrafo ottico venne utilizzato per le comunicazioni fra Italia e Francia dal 1809 al 1814.


Nel 1836, ormai gravemente degradata, la torre medievale venne demolita ed al suo posto sorse un mulino a vento, uno dei pochissimi realizzati in Piemonte. Il mulino, probabilmente a causa di difetti meccanici intrinseci e della scarsità del vento, venne successivamente smantellato nel 1851.


L’edificio fu trasformato in abitazione, diventando “Villa Giuseppina” (oggi “Villa Pia”): la torre venne completata superiormente con un terrazzo praticabile e all’interno furono ricavati due piani abitativi, con apertura di finestre ad arco acuto in quello inferiore e circolari in quello superiore. Questa è in sintesi la storia di un edificio dal quale, nelle giornate limpide, è possibile godere di un eccezionale panorama: si riescono infatti a vedere la catena delle Alpi e l’Appennino Ligure, nonché molte città tra cui Novara, Vercelli, Saluzzo, Cuneo e, con un buon cannocchiale, perfino Milano, distante circa cento chilometri in linea d’aria.


La Chiesa Parrocchiale di Santa Maria della Consolazione

Con il trasferimento, avvenuto tra il XII e XIII secolo, dell’abitato dal fondovalle alla parte più elevata della collina, ove all’inizio del X secolo era sorto il castello dei conti Radicati, si rese necessaria la costruzione di una nuova chiesa parrocchiale, in sostituzione della decadente chiesa del distrutto castello detta di Santa Maria de Lussello.

Della nuova chiesa, intitolata a Santa Maria della Consolazione, si iniziò a parlare nel 1661, ma la sua costruzione poté iniziare solo nove anni dopo e venne inaugurata solennemente nel 1689; successivamente, nel 1770, il campanile venne sopraelevato.


Nell'Ottocento, a seguito del considerevole incremento demografico la chiesa fu prolungata anteriormente di due campate nel 1859-60 ed affrescata dal pittore Carlo Antonio Martini di Robella su disegni di don Edoardo Mentasti nel 1867.

La chiesa è stata completamente restaurata alla fine degli anni Novanta e riconsacrata il 1° gennaio 2000.


L’edificio, dalla imponente mole e poggiante sulle fondazioni delle precedenti costruzioni, è a navata unica con volte a botte, presenta otto cappelle laterali, in parte di proprietà, un tempo, di famiglie nobili del luogo. Le cappelle a destra dell’entrata sono nell’ordine:

  • Cappella di Sant’Isidoro, con pala raffigurante San Sebastiano e il vescovo Isidoro veneranti la Vergine della Consolazione (XIX secolo).
  • Cappella di San Giuseppe, con tela raffigurante la Sacra Famiglia di Pietrantonio (XIX secolo).
  • Cappella della Madonna del Rosario, con dipinto appartenente alla scuola di Guglielmo Caccia (XVII secolo).
  • Cappella dell’Angelo Custode del Comune di Cocconato, con pala di Giovanni Francesco Sacchetti, pittore della corte sabauda, raffigurante l’Angelo custode difensore dal demonio con il Cristo e la Madonna in Paradiso (1675).

Quelle a sinistra, dopo il battistero:

  • Cappella dei Santi Crispino e Omobono, con pala raffigurante i due santi (XIX secolo).
  • Cappella di Sant’Antonio da Padova, con pala raffigurante il santo ai piedi del Crocifisso (XVII secolo).
  • Cappella dell’Immacolata Concezione con pala d’altare raffigurante la Madonna della Concezione (XVII secolo).
  • Cappella di Ognissanti, con pala di scuola genovese, raffigurante la Santissima Trinità e tutti i Santi (1652-60).

La maestosa pala absidale (1731), opera del pittore valsesiano Vitaliano Grassi, raffigurante la Madonna della Consolazione ed i santi Fausto e Felice, patroni di Cocconato, risulta di grande interesse per essere la più antica rappresentazione iconografica dell’abitato, in cui si possono scorgere la torre, il convento degli e la chiesa parrocchiale.

L'altar maggiore in marmi policromi del 1724 custodisce la seicentesca urna in legno scolpito contenente le reliquie dei santi patroni, che viene ostentata in occasione della festa patronale. Alle pareti del presbiterio sono dipinti gli evangelisti. L’altare rivolto al popolo ha un paliotto tripartito con la Nave di San Pietro, opera della bottega del Guazzone (1730).


Sul pulpito è esposta la statua lignea della Madonna del Rosario (1751), opera di Giuseppe Maria e Stefano Maria Clemente. Sopra la bussola d’ingresso è situato l’organo, costruito dai fratelli Lingiardi di Pavia nel 1860, con cassa lignea del 1760 scolpita dall’intagliatore Francesco Maria Bonzanigo di Asti, dotato di oltre 1200 canne.


L’imponente facciata, in mattoni a vista, è ornata da lesene e da un timpano.



La Chiesa della Santissima Trinità

La chiesa della Santissima Trinità venne eretta nel 1617 in vicinanza della porta detta di Mercato Vecchio, l’attuale via Roma, per voto della popolazione contro la peste. Rappresentava la chiesa della Confraternita della Santissima Trinità.


La costruzione dell’edificio si protrasse per decenni e venne ultimato solo nel 1667. Nella seconda metà del Settecento furono costruiti il porticato laterale, addossato a sud-est, e la sacrestia.


L’attuale facciata venne completamente modificata tra fine Settecento e inizio Ottocento. È delimitata da due lesene ornate da cornici sagomate su cui poggia il frontone triangolare. Ai lati della porta si aprono due strette finestre con architrave triangolare. Sopra la bussola d’ingresso è collocato il coro, sostenuto da mensole lignee.


Il porticato è costituito da tre campate collegate da archi a tutto sesto e coperte da volte a vela. Il campanile, situato all'angolo sud-est della navata, è a base quadrata, formato da due registri sovrapposti e copertura piramidale. 


L’edificio è a unica navata, formata da due campate contigue, separate da lesene su mensole; la volta a botte, intervallata da lunette e costoloni, è completamente affrescata con scene raffiguranti San Giuseppe, il San Giovanni Maria Battista Vianney (il Curato d’Ars) e il Santissimo Sacramento; autore dei dipinti è Carlo Antonio Martini (1863).


L’altare maggiore, attribuibile a un artigiano valsesiano della seconda metà del XVII secolo presenta una pala con l’incoronazione della Vergine attribuita alla bottega del Moncalvo; il paliotto è opera di Giacomo Solari (1737).


Due gli altari laterali: quello di destra è intitolato a Sant’Antonio da Padova (1650-60), con pala rappresentante la Sacra Famiglia con i santi Giovannino, Nicola e Antonio da Padova, di pittore piemontese, e paliotto in scagliola tripartito con la Madonna del Rosario, opera della bottega dei Solaro (XVIII secolo). L’altare di sinistra è dedicato a San Rocco, con una pala raffigurante la Madonna col Bambino assieme ai santi Rocco, Sebastiano e Paolo (XVII secolo) e paliotto con stemma dei Bocchiardi, di Cristoforo Solaro (1768). 


Entro due nicchie sono conservate le statue lignee della Madonna Addolorata (anteriore al 1749), con vestito di seta nera e di Sant'Antonio da Padova. Nell'abside è esposta una tela raffigurante la Madonna del Carmine con San Defendente e San Paolo (fine XVIII secolo), opera del pittore Giovanni Comandù, già nella chiesa di San Defendente in frazione Vastapaglia. La chiesa ha subito lunghi lavori di restauro negli ultimi decenni del Novecento.


La Chiesa di Santa Caterina da Siena

La chiesa venne costruita fra il 1747 ed il 1770 come oratorio della Compagnia delle Umiliate, all’angolo fra via Roma e via XXIV Maggio, è in muratura di mattoni a vista con irregolari inserimenti di pietre calcaree; l’interno presenta un’unica navata con presbiterio più stretto e rialzato, separato dall’arco trionfale.


La facciata, in stile barocco, è segnata da lesene angolari e frontone curvilineo; il portoncino in legno a due battenti è incorniciato da un portale in mattoni. Una piccola finestra rettangolare (ora tamponata) sovrasta il portale; una seconda finestra è inserita nel timpano. La muratura verso via Roma presenta due finestre sotto il cornicione.

Le volte sono a vela impostata su quattro paraste nell’aula e a vela con costoloni nel presbiterio.



Sulla parete di fondo del presbiterio vi è un’elegante edicola in stucco con colonnine dipinte a finto marmo e capitelli corinzi. L’originario altare, di fattura analoga all’ancona, è stato demolito in occasione dei lavori di restauro della chiesa, avvenuti nel 1985-87 e sostituito da un altare con mensa in legno, sorretta da due putti, rivolto al popolo.


Nelle pareti laterali sono collocati due grossi dipinti di fattura moderna, firmati M. Cortese, uno dell’Annunciazione e uno della Madonna di Fatima, provenienti dalla cappella-grotta di Lourdes nella villa Moiso in Cocconato.


La Chiesa di San Bartolomeo in Cocconito

Le notizie relative alle origini della chiesa parrocchiale sono incerte e frammentarie. Dall’antica parrocchia di San Giovanni di Cocconito, nel 1625 il parroco don Bernardo Prato, trasportava la sua dimora e sede parrocchiale nell’attuale chiesa dedicata a San Bartolomeo apostolo, che era, secondo il Rocca, la cappella di un convento di frati detti Servi di Maria, che lo cedettero ai conti Radicati di Robella.

La chiesa di San Bartolomeo sorge a fianco della strada comunale che collega Maroero con l’abitato di Cocconito. Assurta a parrocchiale del piccolo comune (autonomo dal 1639 e sino al 1875), venne presumibilmente ingrandita nel corso del Settecento e restaurata nel 1881. La facciata di ispirazione tardo-barocca è ripartita in tre campi, delimitati da lesene. La parte centrale è coronata da un frontone curvilineo. Nella parte centrale è inserito il portone in legno a due battenti, contornato da lesene culminanti con un elaborato pseudo-capitello, e che sorreggono l’architrave decorativo. Sul lato destro si erge il campanile in mattoni a vista. All’interno la chiesa si presenta a unica navata, con alcuni sfondati intercomunicanti, in cui sono ospitati i due altari laterali e il fonte battesimale. L’altare maggiore risale agli ultimi decenni del Settecento, è realizzato in muratura decorata con scagliola ad effetto finto marmo. L’altare di destra è dedicato alla Madonna del Buon Consiglio,  quello di sinistra a San Giuseppe e venne costruito nel 1882.

La chiesa è decorata nella volta da alcuni affreschi del pittore Cleto Gibello, attivo esponente dell’arte sacra torinese nella prima metà del Novecento, che probabilmente li realizzò nel 1938, ad integrazione di precedenti decorazioni del 1881

La chiesa nel 2005 è stata interessata da un intervento di consolidamento strutturale e risanamento conservativo.

La Chiesa di San Defendente in Vastapaglia

La prima notizia della costruzione di una cappella nella borgata Vastapaglia è presente nei testimoniali di visita del vescovo mons. Broglia del 1667, in cui ordina di far eseguire le disposizioni testamentarie dei fratelli Giovanni Battista e Guglielmo Sandigliano. Attestata nel 1770 come «capella campestre a Vastapaglia sotto il titolo di San Diffendente»,  nel 1828 venne ingrandita, assumendo l’attuale aspetto.


La facciata principale è delimitata ai lati da due strette lesene. Il bel portale d’ingresso lievemente aggettante è sottolineato anch’esso da due lesene che sorreggono il fregio recante un cartiglio in cui, fino ad alcuni anni addietro, era ancora leggibile, in parte, un’iscrizione dipinta «D.O.M. S. Defendenti dicatum 1828». Al di sopra del cartiglio una cornice modanata conclude decorativamente il manufatto.


La chiesa è ad aula unica, conclusa da un’abside semicircolare e con il campanile, di forme barocche all’angolo sud-orientale, a tre registri sovrapposti; la piccola campana è datata 1847.

L’altare in muratura decorato a finto marmo lucido e realizzato molto probabilmente da Domenico Tabacchi stuccatore comasco itinerante. Del medesimo stuccatore è la cornice dell’ancona che sovrasta l’altare sulla parete di fondo dell’abside che custodiva una pregevole tela raffigurante la Madonna del Carmine con San Paolo e San Defendente, risalente alla fine del Settecento, del monregalese Giovanni Comandù, pittore attivo alla corte sabauda. La tela del Comandù conservata a San Defendente nel 1996, dopo il restauro, fu spostata nella chiesa della Santissima TrinitàAttualmente nella chiesa di Vastapaglia è collocata una fedele riproduzione.

La Pieve - Chiesa della Madonna della Neve

La chiesa della Madonna della Neve (anche detta della Pieve) è posta su un colle oggi coltivato prevalentemente a vigneto, è situato tra la valle Versa e la valle di Marcellina, nella quale, a partire dall’Ottocento, avvennero numerosi ritrovamenti di materiali e reperti di epoca romana. L’importanza storica del sito è ribadita, in epoca medievale, dal passaggio di una strada che in parte ripercorreva il tracciato della strada romana tra Hasta Pompeia (Asti) e Industria (Monteu da Po).


La prima attestazione documentale dell’antica chiesa è del 1250 in una lettera di papa Innocenzo IV al pievano di Cocconato e testimonia la formazione della pieve di Cocconato (Plebs Cochonati) appartenente alla diocesi di Vercelli. A partire dalla fine del Cinquecento, seguendo una sorte comune ad altre pievi, la chiesa subì una lunga decadenza, lasciando spazio alla parrocchiale sita alla sommità del paese, nelle vicinanze del castello. Alla fine del Seicento la chiesa, dedicata alla Madonna della Neve, fu riedificata, nonostante il sito fosse stato spogliato per reimpiegare i materiali nella costruzione della chiesa parrocchiale. Le caratteristiche della nuova costruzione, a una sola navata e due cappelle laterali, sono rilevabili da un disegno del catasto comunale del 1790.


Nei secoli successivi, con lavori di profonda ristrutturazione, la chiesa assunse l’aspetto attuale, con la demolizione delle cappelle laterali e la costruzione di un piccolo campanile in mattoni (1832). Gli ultimi consistenti interventi di restauro all’interno dell’edificio furono eseguiti tra il 1989 ed il 2017.


Molte informazioni sulla antica pieve derivano dalle risultanze dello scavo archeologico eseguito all’interno dell’edificio. Numerosi rimaneggiamenti subiti dalla costruzione nel corso dei secoli ne hanno reso quasi del tutto invisibili le origini romaniche, che si sono rivelate solo grazie allo scavo, da cui è emerso che la chiesa originaria potrebbe risalire al X secolo. Furono infatti ritrovati elementi dalle caratteristiche tipologiche altomedievali, tra i quali rocchi di colonne e un capitello cubico, che è l’unico elemento decorativo presente attualmente nella chiesa e utilizzato come base dell’altare. Il capitello è decorato sui quattro lati, di cui tre chiaramente leggibili: ogni faccia è ricoperta da semplici motivi realizzati con marcato segno graffito (tondi a cerchi intrecciati, rosette, fasce a fogliette). La decorazione completa del capitello ed il ritrovamento, documentato dai rilievi, di una piccola abside semicircolare, possono far supporre che l’edificio fosse a tre navate, concluso da absidi.


La facciata ottocentesca è sormontata da un timpano che nasconde la copertura e dal campanile in mattoni sul lato destro. L’interno risulta completamente riplasmato: dell’impianto seicentesco sono attualmente visibili le eleganti volte a botte con unghie sia nell’aula sia nel presbiterio.

La Madonnina - Santuario della Madonna delle Grazie

Il santuario della Madonna delle Grazie risale al XV secolo per “racchiudervi un pilone votivo, portante dipinta a fresco l'immagine della Vergine”.


La facciata si sviluppa su due livelli, coronata da un timpano triangolare su cui poggiano due angeli. Il livello inferiore è costituito da un porticato a tre arcate, mentre quello superiore, ripartito da lesene, presenta ai lati due nicchie contenenti le statue di San Sebastiano, a sinistra, e di un santo vescovo (forse San Grato), a destra, e nella parte centrale una finestra trifora. Sul lato destro si eleva il campanile.


La chiesa presenta un’unica navata, con il solo altare maggiore, andato perduto a causa di un incendio nel 2015. L’altare ligneo era costituito da una struttura formata da vari elementi scolpiti; sui lati si elevavano due colonne tortili con al centro una statua lignea della Vergine del 1615. La pala d’altare raffigurava il Padre Celeste nell'atto di incoronare la Madonna delle Grazie, con angeli che reggono il mantello stellato. Durante recenti restauri sono state rinvenute, dietro l’altare, porzioni di un affresco del XV secolo, in cui si identificano Sant’Antonio Abate a sinistra, la Vergine al centro e San Sebastiano a destra. Dopo l’intervento conservativo l’affresco è stato posizionato su apposita struttura metallica di supporto e collocato sulla parete destra della chiesa. Sulla parete di sinistra è posto un dipinto del XVII secolo, raffigurante la Madonna con santi e angeli.


Il santuario, detto della Madonnina, rappresenta da sempre uno dei luoghi di culto più frequentati dalla popolazione cocconatese, meta un tempo di processioni e luogo di esposizione di oltre 300 ex-voto, tra i quali alcuni risalenti al Seicento (oggi conservati nella canonica della parrocchia di Cocconato). La festa dell’Assunta del 15 agosto rappresentava la festa patronale delle borgate e cascinali siti nella zona (Maroero, Campetto, Spagnolino, Solza, Mangialasino).


La Chiesa dei Santi Pietro e Paolo in Tuffo

Nelle Rationes decimarum della diocesi di Vercelli nel 1299 risulta attestata la chiesa di San Pietro de Tovo, nella bogata Tuffo, dove veniva officiata la messa soltanto la domenica da un sacerdote mandato dalla parrocchia di Cocconato.


Sul sito dell’antica cappella decadente venne costruita a metà Settecento una nuova chiesa. Per celebrare le funzioni veniva mandato un vice curato dalla chiesa di Cocconato.


Nella seconda metà del Settecento gli abitanti della frazione richiesero più volte la possibilità di creare una parrocchia indipendente dalla chiesa di Cocconato, istanza suffragata da due motivazioni principali: «Per esser anche meglio assistiti nelle cose spirituali, e pel motivo che l’antica parrocchia di Cocconato, che prima era alla Madonna della Pieve, veniva trasferita sulla punta più elevata del paese perché più comoda alla popolazione del capoluogo verso il principio del 1700, quindi scomodissima per quei di questo cantone, con strade impraticabili per 6 mesi dell’anno».

Nel 1759 i tuffesi riuscirono ad ottenere lo «smembramento» da Cocconato e l’erezione della nuova Parrocchia di Tuffo, con il pagamento di lire 400 e l’obbligo di offrire «due torchie in peso di lire una per caduna» durante la festa dei Santi Fausto e Felice, patroni della parrocchia di Cocconato.


Visto lo stato decadente dell’edificio don Allemano si fece promotore e finanziatore per la costruzione di una nuova chiesa e nel 1832 iniziarono i lavori. La nuova chiesa, a unica navata, presenta una facciata intonacata, caratterizzata da due ordini di lesene, impostate su un alto zoccolo e coronata da frontone triangolare sorretto da fitte mensole modanate; al centro del livello superiore è inserito un rosone che attualmente risulta tamponato. Il portone a due battenti, in legno finemente scolpito, è sormontato da una lunetta, in cui l’affresco originario non è oggi più leggibile. Tra la coppia di lesene di destra è collocata una lapide a ricordo dei tuffesi caduti nella prima guerra mondiale. L’altare maggiore in stucco è del 1795, opera di Francesco Maria Bagutti.


Il pittore Carlo Antonio Martini di Robella venne incaricato, nel 1858, di dipingere tutta la volta della chiesa con vari episodi dell’Antico e Nuovo Testamento. Da allora l’interno dell’edificio non subì nessun cambiamento, se non alcuni restauri finalizzati al ripristino delle pitture nel 1900 ad opera del pittore dilettante Nicola Antonio di Robella.


Nel 1874, a conclusione dei lavori, venne innalzato il campanile.

L’organo a canne al di sopra dell’entrata è opera di Giovanni Mentasti di Varese del 1888.

Nel 1939 la cappella laterale di San Giuseppe (in origine intitolata a San Carlo) fu oggetto di un nuovo intervento di rifacimento e nell’occasione venne collocata nella nicchia sopra l’altare una statua del Sacro Cuore di Gesù.


Con decreto vescovile del 30 giugno 1986, la Parrocchia di Tuffo venne soppressa e la chiesa reinserita sotto l’amministrazione della Parrocchia di Santa Maria della Consolazione di Cocconato.

La Cappella di San Grato in Tuffo

 In frazione Tuffo, oltre la chiesa dei Santi Pietro e Paolo, nel nucleo di case in regione Bracca, a sud della provinciale che attraversa la borgata, in vicinanza dell’antico palazzo Bottino, si erge una piccola chiesa dedicata a San Grato, vescovo di Aosta e protettore delle coltivazioni. Costruita nel 1697, è a un’unica aula rettangolare, con volta a botte. All’esterno, in corrispondenza dell’angolo sud-est dell’edificio vi è un piccolo ed elegante campanile ottocentesco.


L’unica pala presente nella chiesa, attribuibile a maestranza operante in ambito biellese nella seconda metà del Seicento, raffigura la Madonna con il Bambino assisa su un arco di nuvole tempestose dalla quale scende la grandine che San Grato convoglia in un pozzo; sulla sinistra è anche raffigurato San Giovanni Battista, figura legata al santo vescovo aostano, per aver questi trovato, secondo la tradizione, la testa del precursore in fondo a un pozzo.


La facciata è delimitata lateralmente da due lesene angolari che si impostano su un’alta base complanare ad esse e culmina con un frontone triangolare, arricchito da cornici mistilinee su fregio. L’ingresso è sottolineato da un portale poco sporgente a timpano modanato, affiancato da due finestre rettangolari. Il portoncino ligneo conserva elementi scolpiti geometrici di fattura coeva all’edificio.

La Chiesa di San Martino in Bonvino

 La chiesa di San Martino in frazione Bonvino di Cocconato venne costruita nel 1821, su un terreno donato da Giordano Perotto; l’edificio, interamente in mattoni a vista, è ad aula unica, con abside semicircolare.


La facciata principale è delimitata ai lati da due paraste angolari. Il portale d’ingresso lievemente aggettante è sottolineato anch’esso da due lesene che sorreggono il fregio recante un cartiglio in cui è leggibile una scritta dipinta «D.O.M. in honorem Sancti Martini». Al di sopra del cartiglio una cornice modanata conclude decorativamente il manufatto.


Dal lato destro, oltre il piano di spiccato del tetto, si eleva il campanile a due registri sovrapposti e cella campanaria:

L’altare maggiore è costruito i  mattoni, ma con finitura superficiale a marmorino e lustro venne realizzato da Domenico Tabacchi, di cui sono incise le iniziali «D.T. 1821».

La pala dell’altare maggiore raffigura San Martino e San Carlo Borromeo, mentre sulla parete destra vi è un dipinto raffigurante San Rocco e un santo vescovo (forse San Grato), più recente rispetto all’impianto dell’edificio.

Sulla tribuna-cantoria realizzata in legno con bella balaustra in ferro battuto, sono conservati una trentina di ex-voto figurati, datati tra Ottocento e Novecento, ed alcuni cuori d’argento.


Nel 2012 la chiesa ha subito un intervento di risanamento ed è stata riaperta al culto nel novembre 2017, in occasione della festa di San Martino.

La Tettoia Comunale di Piazza Giordano

Le origini del mercato di Cocconato risalgono al Medioevo, ma fu solo ad inizio Ottocento, grazie all’avvocato Melchiorre Giordano, sindaco di Cocconato, a cui fu intitolata la piazza nel 1891, che il mercato venne regolamentato e ingrandito, attraendo gli abitanti dei paesi vicini. Nel 1882, per ospitare il notevole numero di capi di bestiame presente durante le giornate di mercato, su un terreno della famiglia Giordano fu edificata la tettoia comunale.


La struttura è a forma rettangolare ed ha una lunghezza complessiva di 47 metri in mattoni a vista a nove arcate a sesto ribassato sorrette da pilastri quadrati. Cessata la sua funzione di foro boario nella seconda metà del Novecento, dopo vari interventi di restauro, oggi la tettoia è uno dei più notevoli esempi rimasti in Monferrato di tettoie civiche ed è utilizzata come luogo del mercato ortofrutticolo e di manifestazioni folkloristiche e sportive cocconatesi.

L'Antica Farmacia

Fin dal 1642 Giovanni Matteo Sacco otteneva le patenti di speziale e nello stesso anno sposava Maddalena Garetto, dalla quale ebbe tre figli: uno di questi, Orazio, seguì le orme paterne e a sua volta ebbe quattro figli; all’unico maschio, Giovanni Tommaso Lodovico, il nonno lasciò in eredità una piazza da speziale. Questi morì nel 1797 ed essendo privo di discendenti diretti, le due piazze da speziale e quella di fondichiere di cui era proprietario passarono alla sorella Angelica, moglie di Giovanni Antonio Marchisio di Montiglio, e da questa ai figli Giuseppe e Antonio Domenico, notaio, rispettivamente per un terzo e due terzi; lo speziale Giuseppe Pasquale cedeva la sua piazza a Giuseppe Marchisio e quest’ultimo nel 1814 la passava, unitamente al terzo di proprietà delle due piazze ereditate, al fratello Antonio Domenico.

In questo modo il notaio si ritrovò proprietario delle tre piazze di Cocconato, che cedeva al figlio Innocenzo, farmacista.


Nel 1841 la piazza di via Roma passò ad Andrea Fasolis, originario di Cerreto, diplomatosi in farmacia all’Università di Torino nel 1830: si deve a lui l’affrescatura della volta. Dopo il 1879 cedette la farmacia a suo figlio Giacomo e alla sua morte al di lui figlio Giulio, che esercitò la professione fino alla sua morte avvenuta nel 1957. La farmacia venne acquistata dal dottor Michelangelo Montanaro, originario di Montegrosso d’Asti, che provvide a far restaurare gli affreschi ormai degradati.


Oggi la storica ex-farmacia di via Roma, che ha mantenuto le caratteristiche originali del Settecento nel mobilio e l’insegna di inizio Novecento «Dott. G. Fasolis - Farmacia», è adibita ad attività commerciali.


Al centro della volta campeggia un’affresco dell’arcangelo Gabriele, attribuito al pittore Carlo Antonio Martini di Robella, che affrescò le chiese di Santa Maria della Consolazione, della Santissima Trinità e dei Santi Pietro e Paolo a Tuffo. La figura dell’arcangelo, con un vestito verde e avvolto in un drappo rosso, è rappresentata con i suoi tipici attributi: nella mano destra stringe un’ampolla, nella destra regge una bilancia a due piatti; al suo fianco l’angioletto che regge un libro aperto con la scritta in latino e la datazione dell’opera.

La Cappella di San Carlo Borromeo

Ai confini occidentali dell’abitato, al bivio fra strada San Carlo e strada degli Orti, sorge l’antica cappella di San Carlo Borromeo, profondamente rimaneggiata nel corso del Novecento.

Probabilmente eretta dal Comune per un voto e da questi riparata nel 1775, presenta un corpo di fabbrica originario ad aula rettangolare a cui anteriormente è stato addossato, presumibilmente a metà Ottocento, un ampio porticato. La facciata attuale dell’aula è dominata da un’ampia vetrata in ferro, in cui si apre il portoncino d’ingresso. All’interno la volta è a botte, sottolineata da una cornice in stucco che interessa le pareti laterali.



L’altare, con mensa dalle plastiche forme baroccheggianti, in muratura intonacata e ornata da cornici mistilinee in stucco, è addossato alla parete absidale ed è arricchito da una interessante pala settecentesca raffigurante San Carlo Borromeo con l’arcangelo Gabriele e, in alto, la Madonna con il Bambino. Alle pareti sono appese semplici oleografie, mentre sopra l’ingresso sono presenti alcuni ex-voto figurati e una stampa incorniciata del 1898 raffigurante la Sindone, il cui culto è strettamente legato a quello di San Carlo Borromeo.


Nel corso dei secoli, più volte il piccolo edificio si trovò in cattive condizioni. Nel 1667, il vescovo di Vercelli Michelangelo Broglia dopo la visita pastorale emanò un decreto in cui «attesa l’evidente rovina che minaccia nella volta si interdice sinché sia raccomodato in sicuro». Due secoli dopo la cappella era nuovamente in pessimo stato e nel 1883 il Comune ne affidò a Francesco Mezzo la manutenzione. Nel 1913 il consiglio comunale stipulò una nuova convenzione nella quale Pasquale Masoero si impegnava «a conservare integro il possesso del Comune attorno alla chiesa, senza adibirlo ad alcun uso, all’infuori del taglio degli erbaggio».


Nel 1964 la cappella, in cattivo stato, venne restaurata con il contributo di numerosi fedeli e del Comune; nell’ambito dell’intervento l’originaria facciata venne profondamente modificata, con l’installazione della vetrata in ferro.


Un intervento di risanamento conservativo, rifacimento dell’impianto elettrico e tinteggiatura dell’edificio è stato infine effettuato nel 1989. Nell’occasione venne anche restaurata la tela posta sopra l’altare.

Il Palazzo Gromo (Antico Convento Agostiniano)

Il convento dei frati dell’ordine di Sant’Agostino venne edificato nella prima metà del Quattrocento con i materiali del distrutto castello; era composto da un edificio a due piani con un chiostro centrale ed una chiesa a tre navate con annesso campanile dedicata a Sant’Agostino. La comunità dei frati, stando alle fonti documentali, fu sempre esigua, con al massimo una decina di componenti, ma grazie alle opere di assistenza spirituale e sociale, oltre che di mediazione (nel 1708 i frati evitarono il saccheggio del paese da parte dell’esercito francese) riuscì ad esercitare una rilevante influenza sulla popolazione nei i tre secoli di permanenza.


Grazie alle donazioni ricevute, il convento arrivò a detenere tre cascine con annessi diversi ettari di terreno. A causa dello stravolgimento politico-sociale portato dalle invasioni della Francia rivoluzionaria e della conseguente soppressione degli ordini religiosi contemplativi, il convento venne soppresso nel 1798 per ordine di papa Pio VI. Gli ultimi frati, dopo un lungo tergiversare, in parte favoriti dalla complicità di alcune famiglie cocconatesi, lasciarono il convento solo nel 1802.


Demolitane la chiesa ed inserito nell’elenco dei beni nazionali francesi, nel 1806 fu ceduto alla famiglia Gromo, che lo trasformò nella propria abitazione. Nei secoli successivi, salvo una parentesi tra il 1944 e il 1978, quando divenne convento dell’Istituto Suore di Sant’Anna di Torino, l’edificio passò a diverse proprietà e di recente è stato completamente ristrutturato.

Monumento "Il Tempo"

L’idea di realizzare l’opera in via Mazzini è nata dal recupero dell’antico orologio meccanico della torre campanaria della chiesa parrocchiale, realizzato nel 1887 dalla fabbrica P. Gramaglia di Torino. Creatore della pregevole scultura è il prof. Giuseppe Conrotto, che ha anche sponsorizzato i lavori.


A restaurare l’orologio, ricostruendo artigianalmente i particolari mancanti e adattandolo alla volumetria della scultura è stato Angelo Alluto, scienziato autodidatta. L’orologio, dotato di un artistico quadrante in pietra (il masso è stato fortunosamente trovato in un campo), è posto all’interno di una struttura in metallo e cristallo; la campana, proveniente dalla chiesa della Pieve, è stata gentilmente messa a disposizione dalla Parrocchia di Cocconato. Particolarmente suggestiva l’illuminazione notturna. La zona adiacente il volume scultoreo è stata gradevolmente sistemata utilizzando materiali tipici locali, quali la pavimentazione in porfido e vecchi paracarri in pietra che delimitano l’area. Accanto, un ulivo ricorda le particolari peculiarità climatiche della Riviera del Monferrato.

Il Palazzo Martelletti

Costruito in più fasi fra il XIII e il XIX secolo, l’imponente Palazzo Martelletti, si affaccia su piazza Statuto, il cuore della Cocconato dei primi decenni del Novecento, quando era sede di negozi, botteghe artigiane, un bar-ristorante e una banca.


L’edificio, oggi noto col nome di Ida Marchisio Martelletti (1893-1982), che ne fu proprietaria nel Novecento. Madamin, come da tutti veniva chiamata, animò per lungo tempo la vita culturale e sociale cocconatese. Nata a Torino da famiglia agiata, nel 1919 sposò Martelletti, ufficiale degli alpini, trascorrendo alcuni anni in India. Morto nel 1922 il marito, si stabilì definitivamente a Cocconato, collaborando attivamente con la SPIC (Società Promotrice Iniziative Cocconatesi) e fondando una filodrammatica che con i suoi spettacoli di prosa appassionò generazioni di cocconatesi.


Ristrutturato negli anni Novanta del Novecento, il palazzo è oggi destinato in parte ad abitazioni private e in parte ad attività alberghiera e di ristorazione.

La Cappella di San Sebastiano

Eretta nel 1886 lungo la provinciale per Piovà Massaia, a poca distanza dal sito ove sorgeva una chiesa dedicata allo stesso santo, la cappella di San Sebastiano presenta una facciata in mattoni a vista, con un massiccio porticato inserito nella facciata, un tempo luogo di riparo e sosta per i viandanti. La cappella è a pianta rettangolare con abside semicircolare.

La Chiesa di San Giovanni Battista in Cocconito

La chiesa, antica parrocchiale di Cocconito, è posta alla sommità di una collina, circondata da aree boscate e prati, sovrastante la strada delle Serre. Risalente al XV secolo, venne ricostruita durante l’Ottocento.


La chiesa, orientata, è a pianta rettangolare. La facciata è caratterizzata da paraste angolari, collegate orizzontalmente da un cornicione che delimita il timpano, suddiviso su due livelli, a salienti interrotti. Il portale d’ingresso è costituito da due paraste concluse da una semplice trabeazione; la porta lignea a due battenti è affiancata da due finestre rettangolari. Sopra all’architrave del portale una terza apertura rettangolare illumina l’aula. All’interno la volta è a botte con unghie; L’altare, in muratura intonacata, è addossato alla parete di fondo, sulla quale è affrescato un dipinto raffigurante l’Immacolata fra San Giovanni Battista e San Giuseppe.

Nel 1999 per iniziativa di un gruppo di abitanti di Cocconito, la chiesa è stata oggetto di un intervento di risanamento conservativo.

La Cappella di San Rocco in Cocconito

In frazione Cocconito, lungo la strada che porta alla piccola borgata Bricco, si erge l’antica cappella di San Rocco, costruita nel Seicento come ex voto dai fratelli Domenico e Secondo Ferrero, in occasione di una malattia contagiosa del bestiame.


L’edificio, a pianta rettangolare, presenta la facciata caratterizzata da paraste angolari al centro della quale è situata la porta a due battenti sottolineata da piccole paraste, a cui nel tempo è scomparsa l’architrave. A fianco sono presenti due piccole finestre quadrate a doppia strombatura. Superiormente nella muratura intonacata è leggibile la presenza di una finestra a semicerchio successivamente tamponata.


Fra il 1882 e il 1885, per iniziativa dei patroni, venne sostituita la porta, intonacata la facciata, eseguite riparazioni interne, abbellito l’interno dai pittori Bianchi e Brezzi. Infine nel 1888 di fronte alla cappella fu collocata un’elaborata croce in ghisa e ferro battuto.


Prima del restauro del 1985, l’altare era appoggiato alla parete di fondo, mentre ora è rivolto verso i fedeli e il piano poggia su un basamento in mattoni. Sulla parete absidale è presente un dipinto, probabilmente coevo alla costruzione dell’edificio, raffigurante San Rocco, Sant’Antonio Abate e la Madonna con Bambino;

I Piloni Votivi

Le microarchitetture sacre disseminate nelle campagne e, in misura minore, nelle aree urbanizzate, costituiscono l’espressione materiale della religiosità popolare, una forma di privatizzazione della devozionalità, parallela al culto ufficiale, la cui valenza sacrale è andata progressivamente scemando negli ultimi decenni.


I tanti piloni votivi che oggi segnano il territorio cocconatese sono, salvo rare eccezioni, tutti databili fra gli ultimi decenni dell’Ottocento e gli anni Cinquanta del Novecento. È presumibile che vi fossero piloni votivi di epoca molto più antica, di cui si è persa ogni traccia, così come di tante croci campestri e nicchie votive.


La costruzioni dei piloni si deve, presumibilmente, agli stessi agricoltori o muratori del posto, senza uno specifico progetto: molti di questi manufatti risultano di architettura essenziale, altri denotano una maggiore ricercatezza formale, con richiami a stilemi neogotici e neoclassici.

I piloni di fine Ottocento furono eretti, in genere, per la protezione delle campagne e del bestiame, invece quelli risalenti al periodo tra gli anni Venti e Quaranta del Novecento sono in molti casi ascrivibili a un segno di ringraziamento per il ritorno dalla guerra.


La maggior parte delle dedicazioni principali sono alla Madonna, nelle sue varie iconografie, dall’Immacolata (la più frequente), all’Ausiliatrice e Consolata. Presenti, come dedicazione principale e secondaria, anche molti santi, soprattutto quelli protettori delle attività agricole, quali San Rocco, San Grato, Sant’Isidoro. Non mancano le dedicazioni al Sacro Cuore di Maria e a quello di Gesù, il cui culto si diffuse in Piemonte nella seconda metà dell’Ottocento.


Se strutturalmente le edicole sono, salvo alcuni casi, in buone o discrete condizioni, particolarmente critica appare la salvaguardia dell’arredo interno: il degrado delle pitture da un lato e le effrazioni dall’altro hanno portato al sostituire quadri e statue originali con altri manufatti di fattura spesso dozzinale. In altri casi si sono definitivamente persi i dipinti originali affrescati nella nicchia, la cui deperibilità è dovuta alla materia pittorica e al tipo di lavorazione, ma anche al distacco del supporto in malta. Attorno a molti piloni cresce una vegetazione non controllata, che ne nasconde sempre più la visibilità e, in alcune situazioni, le piante rampicanti pervadono ormai anche la struttura.


La salvaguardia di queste microarchitetture, disperse in un vasto territorio, diventa complessa, anche per il fatto che sono tutte di proprietà privata e, in più casi, non vi sono più le famiglie che le costruirono e le accudivano.

In ogni caso, permane, anche nei casi di passaggi di proprietà, un generalizzato rispetto e considerazione per queste edicole sacre, come testimoniano alcuni recenti restauri, anche se non sempre filologicamente corretti; altri piloni risultano invece in totale stato di abbandono. In ogni caso, caratterizzano ancora oggi il paesaggio rurale e testimoniano l’antica tradizione di porre le strade e i campi sotto la protezione divina, una tradizione sicuramente precedente all’avvento del cristianesimo.


1       Pilone votivo della Madonna con il Bambino (frazione Foino) – 1911

2        Cappelletta della Madonna di Fatima (frazione Tabiella) – 1954

3       Pilone votivo della Madonna (frazione Tabiella) – 1927

4       Pilone votivo della Madonna (strada provinciale Cocconato-Piovà, bivio per Vastapaglia) – fine XIX sec.

5        Cappelletta di Maria Ausiliatrice (frazione Gesso) – 1938

6       Pilone votivo della Madonna Pellegrina (località Rosengana) – 1930

7       Pilone votivo della Fuga in Egitto (strada Casalengo-Pracosto) – fine XIX sec.

8       Pilone votivo della Madonna della Grazie (strada provinciale Cocconato-Lauriano località Pedrinetto) – inizio XX sec

9       Pilone votivo di Maria Ausiliatrice (frazione Solza) – 1876 (ricostruito 2012)

10    Pilone funerario di Gesù Crocifisso (strada provinciale Cocconato-Lauriano, frazione Maroero) – 1881

11    Pilone votivo della Madonna di Lourdes (cascina Austino) – 1980

12    Pilone votivo della Consolata (frazione Tuffo, strada del Pilone) – 1883

13    Pilone votivo dell’Immacolata Concezione (frazione Tuffo, strada Caranzana) – 1930

14    Pilone votivo del Sacro Cuore di Maria (frazione Tuffo, strada Caranzana) – 1946

15    Pilone votivo di San Rocco (frazione Tuffo, Ca’ Traversa) – 1890

16    Pilone votivo di Maria Ausilitrice (frazione Tuffo, strada Monsimone) – 1910

17    Pilone votivo del Sacro Cuore di Gesù (frazione Cocconito, strada Sarbolera) – 1950

18    Pilone votivo dell’Immacolata (frazione Cocconito, strada Bricco) – 1920

19    Pilone votivo di San Giovanni (frazione Cocconito, strada Serre) – 1884

20    Pilone votivo (frazione Cocconito, regione Casèt) – 1930

21    Pilone votivo dell’Immacolata (frazione Cocconito, borgata Valle) – 1933

22    Pilone votivo (frazione Bonvino, strada Vai) – 1931

23    Pilone votivo della Madonna col Bambino (frazione Bonvino, strada Fassimagna) – 1920

24    Pilone votivo di Sant’Isidoro (frazione Bonvino, cascina delle Serre) – 1899

25    Pilone votivo di San Rocco (bricco Gattone) – 1904

Pilone votivo dell’Immacolata Concezione (via San Carlo, villa Partengo) – 1963

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